In questi ultimi due mesi ci siamo trovati dinanzi alla necessità di dover lavorare a distanza e probabilmente dovremo farlo ancora per qualche mese. In molti all’inizio hanno avuto difficoltà ad organizzarsi essendo impreparati a dover affrontare tale situazione di emergenza, altri hanno reagito bene e si sono adeguati immediatamente, ma tutti con una certa fierezza parlando con amici e colleghi hanno esclamato “stiamo facendo smart working”.

In realtà, mi dispiace dover essere fonte di profonda delusione, non è proprio così, la maggior parte delle aziende che ha potuto continuare la propria attività ha semplicemente spostato l’abituale sede o luogo di lavoro consentendo ai dipendenti e collaboratori di lavorare da casa durante una situazione di emergenza al fine di mantenere una certa continuità operativa.

Ebbene il telelavoro consiste proprio nello svolgimento della prestazione lavorativa all’esterno dei locali aziendali utilizzando gli strumenti messi a disposizione dell’azienda, da una postazione di lavoro e secondo orari determinati nel contratto di assunzione. Nulla di diverso dal normale espletamento della prestazione lavorativa presso la sede aziendale ad eccezione del luogo ove viene svolta e nulla di più lontano dallo smart working.

Il lavoro agile o smart working è disciplinato dalla L. n. 81 del 23 maggio 2017 che all’art. 18 lo definisce “quale modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa”.

Lo scopo dello smart working è, per definizione, quello di incrementare la competitività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Lavorare in smart working significa adottare una nuova filosofia e cultura del lavoro e non lavorare chiusi in una stanzetta di casa per le canoniche sette, otto ore tra pause pranzo, caffè e sigaretta.

Lavorare meno, lavorare meglio e soprattutto abbandonare il concetto di tempo, paga oraria, luogo, per concentrarsi sul raggiungimento degli obiettivi.

Sempre l’art. 18 comma 1 della l. 81/2017 prevede, infatti, che “La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.”

Significa ridisegnare i luoghi di lavoro riorganizzando gli spazi e favorendo open space e ambienti di lavoro in coworking. Il lavoro agile, a differenza del telelavoro, non è isolamento ma condivisione di spazi e idee, collaborazione tra le persone.

L’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 ha imposto l’adozione di questa modalità di lavoro e sono state semplificate le modalità di implementazione del lavoro agile per aziende private e pubblica amministrazione attraverso l’eliminazione del requisito dell’accordo individuale previsto dall’art. 19 della l. 81 del 2017. In particolare il DPCM del 4 marzo all’art 1 lett. n) ha disposto che “la modalità di lavoro agile disciplinata dagli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81, può essere applicata, per la durata dello stato di emergenza di cui alla deliberazione del Consiglio dei ministri 31 gennaio 2020, dai datori di lavoro a ogni rapporto di lavoro subordinato, nel rispetto dei principi dettati dalle menzionate disposizioni, anche in assenza degli accordi individuali ivi previsti; gli obblighi di informativa di cui all’articolo 22 della legge 22 maggio 2017, n. 81, sono assolti in via telematica anche ricorrendo alla documentazione resa disponibile sul sito dell’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro”.

Ovviamente ciò ha comportato un aumento esponenziale dei lavoratori “smart” con immediato riflesso anche sulla sicurezza delle infrastrutture informatiche delle imprese e delle pubbliche amministrazioni.

Il datore di lavoro è, infatti, responsabile della sicurezza e del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al lavoratore per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

E proprio uno dei primi ostacoli pratici incontrati dalle aziende ha riguardato la necessità di provvedere alla dotazione tecnologica per i dipendenti nonché alla necessaria formazione e supporto a distanza oltre alla necessità di adeguare l’infrastruttura informatica onde evitare di esporre il proprio patrimonio di dati aziendali.

Lo smart working non si organizza dall’oggi al domani ma richiede una trasformazione della cultura dell’organizzazione aziendale in primis da parte del management che dev’essere aperto ad un radicale cambiamento e disposto a garantire una maggiore flessibilità ed autonomia ai lavoratori e deve portare alla digitalizzazione completa di tutti i processi aziendali e in rispetto anche delle normative.

In secondo luogo la trasformazione culturale è richiesta anche ai dipendenti i quali devono essere orientati al raggiungimento del risultato ed in qualche modo responsabilizzati.

E’ opportuno, pertanto, che venga sfruttato questo periodo di emergenza e di crisi per applicare la digitalizzazione in azienda, approntando procedure e implementando le tecnologie in modo da attuare davvero lo smart working.

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